venerdì 31 ottobre 2008

Non pensarci

E' bravo, Gianni Zanasi. Questo film non è impeccabile, ma di certo lascia un segno profondo. Il titolo è perfetto, tanto per cominciare: un imperativo apparentementre amichevole e leggero, che nasconde un pesante paradosso. Che cos'è una situazione paradossale? Cerco di ricordare le stronzate che mi hanno insegnato all'università quando fingevo di studiare "psicologia del linguaggio e della comunicazione": trattasi di una situazione nella quale un povero cristo si ritrova automaticamente dopo che qualcuno gli ha detto qualcosa appunto come <<non pensarci>>, o <<sii spontaneo>> o <<sii te stesso>>, ovvero gli ha dato un "comando" la cui esecuzione comporta automaticamente la trasgressione del comando stesso. Cerco di spiegarmi: come fai a non pensare a una cosa quando uno ti dice di non pensarci? Per smettere di pensarci devi prima pensare a quella cosa, e così ti ritrovi un casino pazzesco dentro la testa; se non ricordo male, tali situazioni paradossali sono talvolta corresponsabili - fatte le dovute proporzioni - dell'insorgere di atteggiamenti e/o patologie di tipo schizofrenico. Perché vado a rivangare queste cazzate da università? Perché lo scopo del film di Zanasi è proprio quello di raccontare la follia della vita contemporanea, possibilmente facendo riflettere per bene anche chi si trova da questa parte dello schermo (con me ci è riuscito, nel senso che mi ha creato un bel rovello interiore, tuttora in attività; vediamo se dormendoci sopra...). E schizofrenico è anche lo stile del film: perché per farci pensare, Zanasi ci fa ridere come dei matti. E' una comica quasi continua, e davvero divertente, a parte qualche trovata di sceneggiatura un po' troppo improbabile. Ma dove ha origine questa comicità dal fondo amarissimo? Innanzitutto dalle differenze fra i protagonisti: le loro caratteristiche peculiari li portano all'attrito continuo, fra loro e con il mondo esterno, e Zanasi è stato efficace in fase di scrittura e di regia nel ritagliare figure nette, solide, prigioniere di loro stesse ma in contrasto totale con la società che le circonda. Un grande aiuto viene anche dalle ottime interpretazioni dei fratelli Valerio Mastandrea (sempre in bilico fra un dolore reticente e un'indolenza fisiologica) e Giuseppe Battiston (caustico e svampito insieme, con tracce di idealismo e generosità): il loro continuo scontro li porterà infine a scambiarsi i ruoli e perfino i temperamenti; ma non c'è schematismo, nè manca mai la sostanza umana in tutti i personaggi, perfino quelli marginali (forse il meno riuscito è la madre, un po' approssimativa, un po' macchietta, forse anche banale).
Il regista modenese ci mostra fra una risata e l'altra che la vita di relazione è qualcosa di assurdo; che le bugie non è detto siano peggio della verità a tutti i costi; che non ci sono vie di fuga; e che se il mondo non ti schiaccia, ti lascia comunque solo. Nel finale non c'è speranza, ma solo un punto interrogativo; tutto rimane sospeso, soluzioni provvisorie sembrano profilarsi all'orizzonte senza dare un senso alle vicende dei singoli... Ci provo a non pensarci, ma è come guardarsi allo specchio.

venerdì 24 ottobre 2008

Fine pena mai

Qui ci starebbe il turpiloquio. Primo, perchè questo film è una schifezza inguardabile, un niente. Secondo, perché Fine pena mai è stato riconosciuto, incredibilmente, film d'interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni Artistici e Culturali; è stato finanziato da Eurimages (il Consiglio d'Europa!), dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Lecce. Com'è possibile che un simile pasticcio abbia avuto aperte tutte le porte? Non funziona nulla in questo film, nulla; la sceneggiatura è uno scandalo: dovrebbe raccontare la storia vera dell'ergastolano Antonio Perrone, boss della Sacra Corona Unita che sta scontando una condanna a 49 anni sull'Asinara (il film è tratto da un suo libro autobiografico - sì, qualcuno ha pubblicato le memorie di questo tizio); beh, non ci si capisce nulla! Non ci si spiega come quest'idiota abbia potuto diventare quel che è diventato, come abbia cominciato e come abbia finito: il film proprio non lo dice, i nodi narrativi più importanti semplicemente non esistono. Il montaggio di Roberto Missiroli è banale quando non del tutto inappropriato: perché mi fai un alternato se poi la scena finisce nel nulla? Perché mi metti un arresto concitatissimo all'inizio del film e poi le sequenze del carcere dove non si vede anima viva? Ma la cosa peggiore del film sono i protagonisti, poco più che fantocci: il rapporto che lega il boss alla moglie è semplicemente assurdo, perché non c'è senso nelle azioni dei due. Da cosa sono spinti? Che cosa desiderano, cosa cercano? Cosa li tiene assieme? Non si sa, nulla si può supporre, non vi sono indizi o ipotesi da parte degli "autori". Già, gli autori: gli sceneggiatori sono Massimiliano e Pierpaolo Di Mino con Marco Saura; i due registi, Davide Barletti e Lorenzo Conte, fanno parte del collettivo Fluid Video Crew, fondato a Roma nel 1995 da quattro videoartisti di origine pugliese, se non sbaglio. Beh, tutte queste persone è meglio che lascino perdere il cinema, non è il loro mestiere. Ragazzi, come si fa a mettere la voce fuori campo del protagonista se egli stesso non sa dare conto delle proprie azioni? Tanto peggio se si tratta della voce atona da cane bastonato di Claudio Santamaria, qui in una delle sue peggiori interpretazioni (e già il ragazzo non è fra i migliori attori italiani del momento); per tacere di Valentina Cervi, pure lei di solito non eccelsa, che qui ha soltanto un'espressione per tutto il film. Un disastro insomma, la pena che non finisce mai è soltanto quella del povero spettatore; e il film dura soltanto un'ora e mezza.

giovedì 23 ottobre 2008

Miracolo a Sant'Anna

Non mi è piaciuto l'ultimo joint del vecchio Spike, ci ho visto diverse cose che non funzionano. La prima è il racconto: casca a pezzi, la forma non tiene. Il film è una serie di episodi accatastati, che non riescono a farsi flusso; eppure il film comincia bene, il colpo di scena iniziale promette benissimo. Poi il copione (tratto da un romanzo di James McBride, chiunque esso sia) comincia a disporre i pezzi sulla scacchiera, e piano piano il film perde mordente: è la cosa peggiore che possa capitare in un film di Spike Lee, di solito narratore sopraffino con un gran senso del ritmo. Stavolta di ritmo ce n'è ben poco, e stare seduti davanti allo schermo è a tratti davvero pesante; anche se la storia alla fine diviene chiara, in modo banale e prevedibile, spesso le scene che si susseguono sembrano non avere rapporto con quelle che precedono o vengono dopo. Un altro guaio del film sono i personaggi, maltrattati dalla sceneggiatura e dalle recitazioni approssimative (ricordo solo il cameo iniziale di John Turturro, il volto di Omero Antonutti e quello del bambino, Matteo Sciabordi, assai intenso). Non c'è emozione, manca quasi la tridimensionalità sui volti dei giovani soldati di colore; mentre sul versante italiano non sono migliori le prestazioni di Pierfrancesco Favino e Valentina Cervi, per tacere del macchiettismo con cui sono dipinti i personaggi italiani di contorno o alcuni ufficiali tedeschi. Probabilmente il regista non si è trovato bene nella sua prima coproduzione internazionale, non ha avuto le mani del tutto libere, chissà; fatto sta che il film è approssimativo e si trascina per due ore e mezza senza concludere granché. Il terzo grande problema poi è la troppa carne al fuoco: Lee tenta di mettere assieme la lezione di storia (buona e giusta) sui soldati di colore odiati dal loro Paese e un ritratto (malriuscito e superficiale) della piccola comunità italiana, il film di guerra dalle suggestioni soprannaturali e il thriller... C'è anche qualche merito: i conflitti a fuoco sono abbastanza ben girati, la violenza ha sua brutalità inesorabile che non fa sconti, e i soldati tedeschi sono quasi sempre esseri umani, non macchine per uccidere o mostri assetati di sangue; troppo poco comunque, per fare un film.
Alcuni link sull'eccidio di Sant'Anna di Stazzema: Wikipedia, il sito ufficiale, una puntata di "La Storia siamo noi".

venerdì 17 ottobre 2008

Cover Boy

Se esistesse ancora la commedia all'italiana, quella vera, penso che oggi sarebbe qualcosa del genere. Cover Boy è davvero un bel film, dai molti pregi: il maggiore è la sua malinconia celata e silenziosa, che si avverte dal primo all'ultimo fotogramma senza bisogno di scene madri o stratagemmi più o meno patetici; questa malinconia senza speranza è sullo sfondo e permea ogni cosa, eppure la vicenda del film è picaresca, scoppiettante, con momenti e situazioni che - visti con uno sguardo diverso e più banale - si sarebbero potuti considerare "divertenti". Invece non c'è nulla di divertente nel film: il motivo è che esso racconta con lucidità ed empatia l'Italia del nostro tempo, il suo disastro quotidiano, i giorni da vivere uno dopo l'altro prendendo tutto il possibile subito, senza aspettarsi nulla dal futuro. Girato in un digitale ad alto tasso di naturalismo, Cover Boy non rinuncia però - e fa bene - alle divagazioni del racconto, ai flashback e alle immaginazioni del protagonista: si conferma così come un'opera umanissima, interessata alle storie dei singoli e alle loro anime. I due personaggi principali, Ioan (Eduard Gabia) e Michele (Luca Lionello, bravissimo) sono dolorosamente, disperatamente veri: il primo si lascia andare al flusso degli eventi senza porre resistenza, ma anche senza dimenticarsi di sé e della propria storia; e sarà proprio questa indifferenza soltanto apparente che in qualche modo lo salverà; l'altro, più viscerale e passionale, non saprà sopportare il nulla senza fine offertogli da una quotidianità squallida e priva di futuro. Non ci si può permettere di avere sogni, desideri, speranze nell'Italia di oggi, dominata dal berlusconismo e dalla Chiesa Cattolica: l'ottima fotografia del film sottolinea questa tristezza invincibile con immagini molto belle della Roma più periferica e deserta, o del centro di Milano tanto allegro e scintillante quanto irreale. Solida, senza errori è la regia di Carmine Amoroso; altrettanto forte e deciso è il copione, scritto dallo stesso Amoroso insieme a Filippo Ascione. Un gran bel film italiano, un film necessario su un paese oramai arresosi a se stesso, senza rimedio.

mercoledì 8 ottobre 2008

Povero pianeta...

L'ho letto stamattina e non mi è sembrato male segnalarlo: un articolo davvero inquietante sulla lenta e inesorabile agonia della Terra. Meditiamo gente... Tanto resta solo quello da fare ormai. Siamo in caduta libera, a quanto pare.