mercoledì 4 aprile 2007

Il mio migliore amico

Patrice Leconte è il regista de L'uomo del treno e di Confidenze troppo intime. Dispiace ricordarlo, soprattutto mentre si è seduti in platea a guardare Il mio migliore amico, che è un fiasco quasi totale, una vera tristezza. Leggo la filmografia del regista e vedo che nei due film precedenti Leconte stava "soltanto" dietro la macchina da presa, mentre qui è anche scrittore: la cosa mi intristisce ancora di più, perchè avevo creduto che questo signore parigino fosse proprio un originale, oltreché bravo nel tirare fuori il meglio dai suoi attori. E invece guardate il finale del film, quindici minuti della versione francese di "Chi vuol essere milionario", il tutto senza alcuna poesia trasfiguratrice (e ce ne vorrebbe, di tale poesia, in una scena del genere); guardate Daniel Auteuil, uno dei più bravi attori francesi in circolazione, stracco e automatico quanto mai prima d'ora, che non ce la fa proprio a rinvigorire questa storiella finto-eccentrica e troppo edificante sui benefici di una sana vita sociale... Avanti, speriamo sia solo un incidente di percorso e continuiamo a fare il tifo per il buon Leconte.

Uno su due

A me è piaciuto Uno su due, l'ultimo film di Eugenio Cappuccio: una bella storia (la sceneggiatura aveva vinto un premio Solinas nel 2001) girata con sincerità e sensibilità, e ben interpretata da Fabio Volo - attore vero - assieme al sempre ottimo Giuseppe Battiston e a un insolito, intenso Ninetto Davoli. il Volo è un avvocato di Genova, senza troppi problemi morali, che un giorno sviene in mezzo alla strada e si ritrova in una stanza d'ospedale più brutta delle altre, in attesa di una diagnosi che potrebbe essere molto pesante. Dimesso ma sempre in attesa della verità, il protagonista lascerà che la sua vita precedente gli crolli addosso, e con i cocci proverà a costruire qualcosa di buono. Non tutto tiene perfettamente nel film, i personaggi di secondo piano sono un po' macchiettistici (come avveniva nel precedente film di Cappuccio, il pur buono Volevo solo dormirle addosso) ma l'intensità del discorso non ne risente: ci sono più domande che risposte nel film, e le risposte non sono preconfezionate.

Morte di un Presidente

Davvero inquietante Death of a President, di Gabriel Range: non saprei dire se più per la forma o per la sostanza. Il film è un grandioso mockumentary, ovvero un finto documentario, sull'assassinio di George W. Bush a Chicago il prossimo 19 ottobre. La produzione e la regia sono inglesi, lo si vede bene dalla cura della messa in scena: non ci sono cadute di tensione narrativa, e i momenti più causticamente divertenti sono quelli in cui la storia si fa più tragica. A tratti il film è davvero incredibile (per modo di dire), ad esempio nella scena dell'orazione funebre di Dick Cheney, divenuto il 44° Presidente degli Stati Uniti, sul feretro del predecessore: ma come hanno fatto a girare la scena di qualcosa che non è accaduto realmente?, ci si chiede in platea; mentre vengono in mente quei filmini di Osama Bin Laden che ogni tanto comparivano sugli schermi televisivi di tutto il mondo, o la registrazione video dell'aereo che cadde sul Pentagono l'11 settembre 2001. Se l'ironia è (cito da dizionario) un "particolare modo di esprimersi che conferisce alle parole un significato contrario o diverso da quello letterale, con intento critico o derisorio", questo film non è ironico: il suo intento è anche critico e derisorio, certo, ma bisogna riconoscere che le ipotesi sul futuro degli Stati Uniti dopo un fatto del genere sono del tutto plausibili. Per quello che conta, l'amministrazione Bush non ha fatto commenti; il film è stato rifiutato da due grandi catene di sale cinematografiche a stelle e strisce, prima di approdare sugli schermi americani grazie alla non famosissima Newmarket Films. Costo dei diritti di distribuzione, un milione di dollari: tutti volevano vederlo...