martedì 17 aprile 2007

La strada di Levi

Non dev'essere stato facile per Davide Ferrario e Marco Belpoliti, autori di questo documentario bello e importante, decidere come porsi nei confronti di La Tregua, lo splendido racconto del ritorno a casa di Primo Levi. Hanno scelto il modo migliore, secondo me: tenere il libro a distanza, la buona distanza del tempo. In questo modo le visioni dello scrittore e quelle dei due registi non si sovrappongono, ma viaggiano parallele come i binari infiniti sui quali Primo ha attraversato l'Europa del 1945 per ritornare da Auschwitz a Torino. Ferrario, uno dei migliori documentaristi italiani in circolazione, e Belpoliti, che fra le altre cose è curatore di tutte le opere di Levi per Einaudi, hanno percorso lo stesso tragitto di Primo, ma sull'asfalto adiacente la strada ferrata. In entrambi i racconti la narrazione procede per "tappe" significanti: nel libro e nel film sono i luoghi a produrre maggiore o minore senso, attraverso le visioni dei rispettivi autori; ma sono rimasto un po' perplesso nel percepire una specie di dissonanza, non so quanto voluta dai due documentaristi: mentre il viaggio di La Tregua è lento, e la sostanza del racconto meno "concentrata", per così dire, nelle diverse tappe, l'opera di Ferrario e Belpoliti è veloce e nervosa, procede a scatti, con un andamento quasi da videoclip. Non basta la voce di Umberto Orsini, che legge (troppo velocemente) brevi brani di La Tregua, a cucire fra loro gli aneddoti di cui La strada di Levi si compone; nè la musica di Daniele Sepe, molto bella ma eccessiva e fremente, è sufficiente a trasformare in vero percorso un insieme di momenti: e così purtroppo il riferimento del film al cammino di Levi pare trasformarsi in semplice spunto, punto di partenza e di arrivo con cui chiudere il cerchio. Forse non c'era davvero altra strada da percorrere per i due coraggiosi documentaristi torinesi, ai quali va riconosciuta tutta la bontà del loro intento. E alla fine del film una lettera scritta da Primo a Mario Rigoni Stern, che la legge davanti alla macchina da presa, fa davvero tremare l'anima.

Un ultimo appunto: per caso, nella mia ignoranza, mi è capitato di andare a vedere La strada di Levi la sera del 10 aprile; mentre ero in macchina, dalla radio ho appreso che il giorno successivo sarebbe ricorso il ventesimo anniversario della morte di Primo. Una corrispondenza che ha reso l'andare al cinema quella sera ancora più importante. Il giorno dopo anche la televisione ha ricordato, purtroppo a suo modo, Primo Levi: scegliendo di parlare dello scrittore più per la sua fine che per l'intera sua vita. Tristemente, come era accaduto qualche anno fa per un altro grande torinese, Franco Lucentini, pare che la morte - soltanto per il suo essere cronologicamente ultima - basti essa sola a (ri)comprendere un'intera esistenza.

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